Senza marca, senza macchia

Prima di arrivare a scegliere questa dove sto vivendo, credo di aver visto una quindicina di case pronte per essere affittate. Con l’eccezione di una appena ristrutturata, e quindi perfetta, tutte le altre avevano piccole magagne ricorrenti dovute all’incuria che accomunava chi le aveva abitate in precedenza. Quando mi capitava di farlo presente all’agente immobiliare ottenevo oscure confidenze sugli inquilini vissuti in quegli appartamenti, di volta in volta definiti strani o particolari soltanto perché la diplomazia di quelle circostanze non permetteva di far cenno a quanto fossero sporchi. Un secondo prima di entrare si sarebbe potuto scommettere sul muro nero intorno agli interruttori, sulla strisciata di calcare e ruggine dentro le vasche da bagno, sul grasso scolato dietro al piano cottura e soprattutto sulla grave, decisiva, mancanza della lavatrice.

Nel mese trascorso in foresteria ho dovuto fare i conti con i lavaggi a mano (che però diventavano complicati nel caso di lenzuola o tende) e con la frequentazione di una lavanderia a gettoni molto losca, ritrovo di tipacci della zona. A me quel clima malavitoso non dispiaceva e infatti preferivo andare a fare i miei lavaggi di sera – perché c’era il caso che qualcuno si strattonasse: l’idea di doverci andare sistematicamente anche d’inverno, con la pioggia, e in periodi di rapporti tesi fra teppisti mi ha fatto però pensare alla necessità indispensabile di una lavatrice da tenere in casa, tanto da convincermi a valutarne l’acquisto.

Per prima cosa ho controllato la predisposizione dei tubi di carico e scarico, poi ho dovuto comprare alcuni pezzi mancanti con nomi favolosi e immaginifici: della chiave a stella già sapevo per via di un romanzo di Primo Levi mentre non avevo mai sentito parlare della “valvola di non ritorno”, che oltre ad impedire il riflusso dell’acqua evoca scelte definitive. Da Mediaworld ho iniziato a vedere i diversi modelli di lavatrice: per questioni affettive avrei preferito acquistare una San Giorgio, perché tutte le bestemmie di Magnotta non potevano non pesare di fronte a quella sfilza di elettrodomestici; meno poeticamente, alla fine ho dovuto cambiare idea per ragioni esclusivamente economiche. Di tutti i centri commerciali quello con la politica più aggressiva è Saturn, perché se puoi dimostrare di aver visto in un altro negozio un loro stesso articolo ad un prezzo inferiore, ti risarciscono della differenza con un buono spendibile entro l’anno. Adocchiata una Ignis con 3 chili di capienza del valore di 225 euro (che già è pochissimo), inizio a fare il giro dei vari Trony e Unieuro nella speranza di trovarne uno che vendesse quel modello a meno. Continuava a non essermi chiaro il modo in cui avrei potuto dimostrare ai commessi di Saturn la convenienza di un altro rivenditore, ma mi ero convinto che la foto col cellulare costituisse una prova sufficiente. Arrivo così da Darty, catena francese che ha attecchito nella sola Italia del nord, e seguendo una serie di cartelli che promettevano offerte e forti sconti finisco in un corridoio bianco di frigoriferi e lavatrici. Appena oltre delle enormi Miele industriali c’erano alcune lavatrici senza marca ordinate per dimensione e apparentemente uguali alle altre più blasonate. Sarà triviale parlare di soldi, ma i 119 euro di quella col cestello da 3 chili non riescono ad essere volgari:  purtroppo la mancanza di un nome o di un riferimento da fotografare mi ha impedito di tornare da Saturn con l’aria di chi aveva trovato il modo per farla franca, ma poco importava, visto che 10 minuti dopo l’avevo già caricata in macchina.

Una cosa che non sapevo è che ogni lavatrice viene provata in un macchinario prima di essere imballata: l’acqua che rimane dentro e che poi vi trovate sui sedili, è un avanzo di quel test. Sapevo invece che il cestello, che normalmente “galleggia” in un sistema di molle, viene ancorato in fabbrica con alcune viti per evitare gli urti del trasporto. A tal proposito c’è un fiorire di aneddoti, secondo me inventati, di gente che alle prese col primo avvio di una lavatrice ha rischiato di rompere i meccanismi a causa della mancata rimozione dei fermi. L’epilogo è che poi per fortuna si è riuscito a spegnerla in tempo e nulla si è danneggiato. Ci dev’essere una forma di soddisfazione nel raccontare di essersi cimentati in un qualcosa di insolito e distante dalle proprie attitudini (come l’installazione di una lavatrice), di aver rischiato per incompetenza ma di aver evitato il peggio per merito di una prontezza di riflessi. Pur trovando plausibile ogni inettitudine, trovo impossibile non notare quelle frecce rosse lunghe 20 centimetri che dicono di svitare i bulloni blocca-cestello.

Per chiudere, torno alla notizia: da oggi ho di nuovo una lavatrice che fa degnamente il suo lavoro. E poi togliendo l’imballo di polistirolo, mi sono accorto che un nome ce l’ha.

Si chiama “Professional”.

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Una risposta a Senza marca, senza macchia

  1. eli ha detto:

    Sai, il metodo:”trova un posto dove spendi meno e ti ridiamo i soldi che hai speso da noi” lo aveva importato Darty. Non so se lo fanno ancora, ma da buoni francesi credo si siano accorti che con noi clienti italiani sarebbero falliti presto a suon di rimborsi.
    Io comunque non ho ancora risolto il dramma del materasso.
    E’ un argomento sottovalutato, ma io non ne esco. Credo che mi stia creando ancora più problemi del battiscopa.

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