Berlino, la notte.

Sono stato a Berlino molte volte, e ogni volta ho fatto caso ad un particolare diverso. Durante il primo viaggio ho girato un breve documentario sugli U2 di Achtung baby, con l’intenzione finale di rifare la stessa foto che sta al centro del libretto che presenta il cd. E’ andata male perché lo sfondo, le macchine e il colonnato sono il risultato di un fotomontaggio e alla fine non ho trovato nulla di simile da inquadrare. In quell’occasione ho però scoperto che il muro di Berlino era circolare, nel senso che limitava una zona della città girandogli attorno: dalle spiegazioni scolastiche avevo immaginato una parete dritta, presidiata giorno e notte da cecchini pronti a sparare, ma del muro e delle sue famose decorazioni avevo un’idea parziale e sbagliata.

In un viaggio successivo e invernale ho notato che i pedoni non si guardano in faccia – fa freddo, e non si deve perdere tempo – e che il recupero e il riciclo dell’alluminio e del cartone dà da mangiare a molti senzatetto e tiene in ordine la città. Lì qualche anno più tardi ho anche passato un capodanno molto bello e rischioso, perché i fuochi d’artificio non ufficiali accompagnavano quelli magnifici e comunali volando rasoterra fra gli sconosciuti che brindavano.  Adesso ci vorrei tornare perché mi hanno parlato di un’abitudine estiva che anima certe zone un po’ fuori: basta andare in giro con una racchetta da ping pong, poi i tavoli di pietra sono sparsi ovunque, e gli sfidanti non mancano.

Cercando notizie su cosa fare a Berlino potendo trascurare il tipico giro turistico (che ho già fatto tre volte) ho trovato questo pezzo del 2001 di Luca Sofri, che descrive la parte notturna dei divertimenti e delle feste. Io non sono tanto per le discoteche, ma per gli inseguimenti fra tassisti decisamente sì.

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Prima di tutto bisogna sapere com’è fatta Berlino, poi parliamo anche di discoteche, ragazze e sesso sesso sesso. Berlino è grandissima. Nel senso di estesa. I berlinesi sono circa tre milioni e mezzo, come i romani o i milanesi. Ma il centro di Berlino è grande circa tre volte e mezza quello di Milano, e proprio in mezzo è occupato dal Tiergarten, un parco che se fosse a Roma andrebbe da Piazza del Popolo a Testaccio. O, per chi chiama da fuori Roma, dal duomo di Milano a Linate. Spostarsi da una parte all’altra di una città così non è come arrivare al bar all’angolo, benché il traffico sia un problema assai più limitato che nelle altre capitali europee. Berlino è costruita a misura di automobile. È un po’ tutto ad essere grandissimo, strade, palazzi, piazze, parchi, monumenti. “Passeggiando per i vicoli di berlino” è una frase che non leggerete mai in nessun libro, e sì che di libri su Berlino ce ne sono e belli. Per il semplice motivo che non ci sono vicoli, con l’invisibile eccezione di un minuscolo quartierino dei puffi ­ Nikolaiviertel ­ occupato da casette di marzapane e turisti, e ignorato dal resto della città.

D’accordo, tra poco discoteche, ragazze e sesso sesso sesso. Ma dovete sciropparvi anche un po’ di storia: poca poca, che siete delle capre, ma di Berlino ce ne sarebbero da raccontare, ah sì. Vi basti sapere che Berlino era divisa in due, fino al 1989 (dai che lo sapevate). La città stava nel bel mezzo alla parte di Germania comunista, e conteneva un’isoletta di territorio gestito dalla Germania capitalista e dagli altri vincitori della guerra. Racchiusa da un muro perché quelli di là ­ tedeschi ­ non scappassero da quelli di qua ­ tedeschi. Poi c’è stato Gorbaciov, la fine del comunismo, la caduta del muro (il muro, eccolo là!), la riunificazione della Germania e Berlino si è trovata tutt’una dopo quarant’anni, e per di più capitale del più popoloso paese europeo. Roba da ribaltare una città, e infatti Berlino è stata ribaltata. Hanno costruito e ristrutturato cento palazzi e grattacieli nel tempo in cui da noi si concede l’autorizzazione a imbiancare una facciata.

Il tassista su cui faccio ritorno da una notte per locali (a-ha! discoteche!) sta cercando di sorpassare l’auto davanti. Il tassista è turco, la città è mezza occupata da turchi, tanto che si dice che il kebab sia il piatto tipico berlinese, che quelli tipici davvero sono immangiabili. L’auto davanti non si fa da parte, c’è uno scambio di colpi di clacson, poi il tassitsa passa e si arresta a un semaforo. L’altro si affianca, tira giù il finestrino e gli espone alcune considerazioni. Parla tedesco, ma è di qualche paese ex jugoslavo. Il turco gli risponde e vanno avanti per un po’ fino a che il turco all’improvviso senza muovere un muscolo fa schizzare il mozzicone di sigaretta che ha tra le dita dritto sparato sulla camicia dello slavo. Un colpo da campione. L’altro ci rimane stecchito, e si mette a smanaccare per liberarsi dalle braci rosse. Il turco sgomma, fa un’inversione a U per seminarlo, e mi porta a dormire. Andando via si scrive il numero di targa dell’altro. Va così, tra turchi e slavi.
Sono uscito dallo Sternradio ­ la discoteca dietro Alexanderplatz ­ alle quattro, ma il ragazzo all’ingresso mi chiede se poi torno. Pare che i clienti arrivino anche alle sei, a mezzogiorno, addirittura alle due del pomeriggio. La musica è techno techno, il locale non grandissimo, ci sono parecchi energumeni in canottiera e diversi rasati, mi auguro per vanità. “Quando arrivano a quell’ora ti puoi immaginare che hanno fatto”, dice il ragazzo. Io spero di immaginarmelo, ma ho paura di no. “Questo è un posto dove puoi fare assolutamente tutto, basta che non dai fastidio a nessuno. Pensa che c’è la stazione di polizia di fronte ma nessuno pianta grane”. A Berlino in termini di vita notturna, locali e musica – e diffusione di stupefacenti e livello di illuminazione – ce n’è per tutti i gusti. Le discoteche dove si suona techno di quella tosta sono un settore cospicuo, e la tradizione tedesca di questo genere è solida. Mi ricordo un pezzo di tredici anni fa ­ quando la house sembrava già piuttosto martellante e la techno ancora un abbozzo­ che scandiva le parole “Adolf, Adolf, A-a-a-a-adolf!”.

Alcune discoteche techno sono immense, come il Tresor e l’Ostgut, e ospitano spesso esibizioni dal vivo di deejay di fama nel giro. Niente che non si veda anche da noi ­ salvo una sensazione di inclinazione locale alla techno, ma sarà un pregiudizio ­ fino a che non si nota una cosa anomala, qui e altrove. La gente è varia ed eterogenea nell’aspetto. Ci sono persone vestite nei modi affini alle categorie umane più diverse. E lo vedi anche negli altri locali, e nei bar: per la nostra abitudine a classificare e individuare le persone per come si vestono, qui la compartimentazione è meno chiara. Se vai vestito come un fricchettone in un locale technohard non ti notano, se ti siedi a un bar fighetto con i pantaloni di velluto a coste lisi nessuno si chiede chi cazzo sei, se entri in un teatro alternativo in giacca e cravatta non vieni scambiato per quello della SIAE. Ci sono avventori dall’aspetto squinternato seduti ai tavolini del cafè M, che passa come uno dei più hip della città. Sta sulla Goltzstrasse, a Schoeneberg. Di giorno questa è la zona più vivace e piacevole di bar e aperitivi, ci sono il Berio (due con l’accento da top model sedute allo stesso tavolo di una vecchietta che legge il giornale), l’April, il Sidney, e altri ancora. Appena esce il sole, si riempiono di gente. Di sera Schoeneberg se la gioca con Prenzlauer Berg e Mitte. La rapidità con cui cambiano e si rincorrono i quartieri di moda a Berlino è seconda solo a quella di New York. Qui, date le dimensioni, ogni quartiere è un villaggio (e lo era davvero) e i centri sono una mezza dozzina. Dopo la fine del muro le zone malconce ed economiche di Berlino est furono divorate dal capitalismo edilizio, gli edifici ripuliti e ristrutturati, e gli abitanti incapaci di adeguarsi ai nuovi affitti se ne andarono. Oggi a Berlino est i berlinesi dell’est sono in via d’estinzione. Ne sono rimasti pochissimi, gli altri se ne sono andati più fuori, più a est ancora, a costituire periferie degradate e dove crescono razzismi e criminalità. Ci sono berlinesi dell’est nel tuo ristorante stasera?, chiedo a Rudi dello Schwarzenraben. “Neanche uno, ma sono pochi anche i berlinesi dell’ovest. Qui a Mitte oggi c’è quasi tutta gente venuta da fuori con il ritorno della capitale”. Prenzlauer Berg, la collina con piazze e isolati a misura d’uomo, così rari a Berlino, è stata la prima a sottrarre popolarità a Kreuzberg, il centro della vivacità alternativa negli anni del muro. Sono spuntati locali come funghi, belli, originali, affollati. Molti sono italiani: a Berlino ha preso piede una vera e inattesa colonizzazione culturale italiana, che ha usato come testa di ponte la ristorazione per estendersi a macchia d’olio. Quando aprì a Kreuzberg l’Osteria numero uno il muro era solido come un muro, e i ristoranti italiani si chiamavano solo Portofino o giù di lì. I berlinesi cominciarono a innamorarsi della cucina italiana, e non si fatica a capirli, per un paio di motivi. Poi, da dieci anni fa, ne aprirono a frotte, e molti erano ottimi, e per i tedeschi diventò una vera e propria moda: gli piacque imparare a salutare in italiano quando arrivavano, a conoscere i vini, a venire in Toscana d’estate. Oggi i ristoranti italiani a Berlino sono mediamente assai più buoni dei ristoranti italiani in Italia e hanno locali sicuramente più belli e raffinati. La gastronomia è stata seguita dal design e la moda italiana è dilagata. Per le insegne di Berlino è tutta una successione di “Pranzo e cena”, “Dopodomani”, “Bar centrale”, “Marmo e Terracotta”, “Tre Ci Luci”, “Cantamaggio”, “Riva”, “Lappeggi”, “Gualdi”, e “Sali e Tabacchi” (quest’ultimo aperto dai precursori proprietari dell’Osteria numero uno). “Ormai anche i turchi aprono ristoranti italiani”, dicono quelli del “Pane e le rose” di Prenzlauer Berg, e c’è un ristorante greco che si chiama “Terzo Mondo”. Il cameriere dell’Einstein Cafè, tedesco, preferisce parlarvi in italiano piuttosto che in inglese.

Con Prenzlauer Berg, l’occidente costruttore occupò anche Mitte, il vecchio centro della città attraversato dal viale dei tigli di Unter den Linden, e decise di farne un vero centro moderno di shopping e nuovi palazzi competitivo con la zona del Ku’damm ­ dall’altra parte del Tiergarten – su cui si era arroccato il consumismo anticomunista dei decenni passati. L’operazione è riuscita a metà, per il Ku’damm passano ancora il quintuplo delle persone che attraversano Friedrichstrasse, ma la sera la zona a nord del fiume è diventata la più vivace e animata della città, soprattutto attorno a Oranienburgstrasse, a un cui estremo si allinenano dei veri schianti di puttane invisibili negli epurati centri italiani, timorate del freddo e insaccate in calzoni e giubbotti gommati e lucidi.
Se a uno la techno fa schifo ­ e può capitare ­ ci sono locali affollati e degni di un servizio su Interni soprattutto da queste parti. Il buttafuori del Lore vuole parlare di Milano, dove ha vissuto per un anno e ha lasciato qualcosa, evidentemente. Dentro suonano Billie Jean e No woman no cry davanti a uno dei banconi in lizza per sottrarre il titolo di bancone-più-lungo-di-Berlino al bar di Lützowplatz (in gara anche la Weltbuhne). Ma il bancone numero uno è quello ovale che occupa il centro del Riva, nuovo, supercool e dove suona la musica del Buddha bar. Mentre all’Oxymoron una serata di filologia house music propone Pump up the jam e gli Snap.

Ma i locali di Berlino soprattutto sono belli, di eccellente design d’avanguardia, di ordinaria eleganza o di trasandato fascino alternativ. Non fosse per quel che costa di taxi uno dovrebbe farseli tutti. Nei primi anni del dopo muro si aprivano nuovi locali dove e come capitava, su per tre paini di scale, dentro un appartamento, in un garage, in un cortile, che duravano anche un giorno o una settimana. Casse di birra e passaparola: per un periodo ci furono dei posti che aprivano solo un giorno alla settimana, il posto del lunedì, quello del martedì, eccetera (A Berlino che giorno è?). Adesso tutto si sta un po’ riorganizzando, ma una sregolatezza berlinese cresciuta ai tempi del carnevale forzato si mantiene, negli orari, nelle abitudini, nel fatto che ci si siede a tavola a qualsiasi ora e c’è sempre qualcuno che non sta lavorando (poi capitano anche cose più normali che negli altri posti: per sempio, con il monopattino ci giocano i bambini). Mentre esco con due amici da una mostra in una galleria d’arte scantinata, un ragazzo ci viene incontro in un cortile e ci invita a vedere un’altra mostra nell’appartamento al terzo piano di un condominio. L’appartamento è il suo, completamente svuotato e occupato da bislacche installazioni di pallacanestro, vasche da bagno colme, personaggi che inghiottono le icone su un monitor di computer. E al Lampion è impossibile sottrarsi a una conversazione bohémienne con maratoneti ubriachi, scultori ungheresi, giovani americane o cronisti di nera. Berlin di Lou Reed.
E così siamo arrivati alle ragazze (il sesso sesso sesso era un trucco, e ci siete cascati). E la cosa che volete sapere davvero sulle ragazze di Berlino (che poi sono meravigliose, con visi adulti e saputi, altro che le ragazze di Monaco lucciole spente con il naso all’insù) è una sola, naturalmente: sì, gli italiani, vanno abbastanza forte.

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Una risposta a Berlino, la notte.

  1. Luka ha detto:

    Bell’articolo!

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