A cena col Dr. Why

A Milano, dalle parti di via Gallarate, c’è un ristorante molto frequentato.

Quando entri è uno stanzone chiassoso pieno di liceali, quando ti siedi capisci che la pizza arriva in continuazione senza possibilità di sceglierne i condimenti e l’unico modo per comunicare con i camerieri è manovrare una specie di semaforo sul tavolo: verde=fame, rosso=basta così. Il vino credo che non ci sia, la Coca Cola va fortissimo e la birra è una richiesta legittima, che viene accontentata con boccali più grandi del solito. Si paga poco, la pizza è buona ma bisogna esser bravi ad intercettare quelle meno elaborate.

La vera caratteristica del ristorante si rivela a metà serata, e conferma il sospetto che si ha vedendo una specie di palco vicino alla cassa e una quantità di monitor appesi alle pareti: fra una teglia e l’altra sono previsti dei giochi di gruppo, che di fatto trasformano i tavoli in squadre pronte a darsi battaglia. A noi venerdì scorso è capitato il gioco del Dr. Why, che è un quiz con risposte multiple fortemente ispirato al Milionario. Quando vedo in televisione i concorrenti di Gerry Scotti penso che alcune domande siano molto semplici, sebbene complicate dal fattore emotivo dello studio e del pubblico, mentre in altri casi resto sorpreso della cattiveria degli autori, giustificata soltanto in parte dalla necessità di rendere il montepremi ambìto e distante. Quando poi a sbancare è qualcuno che davvero si merita quella fortuna (e il caso recente di Michela de Paoli ne è un esempio), quel milione di euro, cosa di per sè abbastanza triviale, diventa pregevole come un mazzo di fiori.

Volgari o no, a noi non sarebbero comunque toccati dei soldi: se fossimo arrivati primi fra quei duecento che ci sedevano accanto avremmo potuto aggiudicarci una breve vacanza in un posto che non sono riuscito a sentire per via del rumore. Ignari quindi di quanto promesso in palio, iniziamo la sfida con una concentrazione così seria da sembrare piuttosto una dichiarazione d’intenti: del resto lo scontro era generazionale, perché al sapere ristretto ma istantaneo di cui potevamo disporre noi cinque, veniva contrapposta la più lenta onniscienza di Google sparsa qua e là negli altri tavoli.

Il cronometro sul joystick che usavamo per dare le risposte teneva traccia di alcune statistiche: per dire che il Mamba è un rettile ci abbiamo messo 37 millisecondi, per dire che ad un anno dal matrimonio si festeggiano le nozze di cotone ci son voluti 8 secondi e una discreta dose di fortuna. In capo a 25 domande, alla faccia della tecnologia (e con un’ansia che ci ha fatto passare la fame quasi subito), avevamo distanziato la seconda squadra classificata di varie lunghezze e forti di quel vantaggio eravamo di diritto in finale. L’abisso che separava i punteggi parlava dell’ultima verifica come di una formalità, ma come accade nelle storie più belle, come quando si è pronti ad infierire salvo poi scegliere la strada della pietà, come quando i percorsi di vita sembrano cedere all’onnipotenza dei romanzieri, ebbene ci siamo alzati da vincitori regalando ad altri la possibilità di fare man bassa, ed emaciati per la tensione siamo andati alla cassa per pagare il dovuto ed andar via.

Guardando l’insegna dal marciapiede abbiamo preso nota dell’indirizzo: venerdì prossimo torniamo, ma per evitare quell’inquietudine che ci ha logorati mi sa che ci portiamo l’iPad e buonanotte.

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Una risposta a A cena col Dr. Why

  1. CheTincazziAFare ha detto:

    Sì, sei nel tunnel. In bocca al lupo. Non so da voi ma una volta vinta la finale dovrai infine scegliere il premio tra 5 buste. Una contiene il viaggio, le altre tutte cazzate ed una contiene una penitenza. Insomma, la fregatura è sempre in agguato.

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