Nikola Tesla

Quest’estate sono andato in una specie di Luna Park provvisorio montato in un giardino pubblico non distante da casa mia. La temporaneità della cosa era particolamente suggerita dalle ruote che spuntavano sotto i vari baracconi, e che tradivano l’essenza di quelle attrazioni: niente di più che camion molto grandi trasformati in percorsi del divertimento o labirinti di specchi. In ogni caso la sorpresa di vederselo là dalla sera alla mattina compensava la delusione di chi da lontano pensava di riconoscere le montagne russe nel Brucomela, e accanto al sempreverde calcio in culo (di cui anche il giostraio ignorava il nome ufficiale, che immagino non preveda la parola “culo”) risplendeva gagliardo il Tagadà.

Le giostre rotanti, così come tutti i marchingegni della Zamperla (e su tutti il punchball) attirano una clientela gradassa che alle prove di virilità associa volentieri il commento ad alta voce dedicato alle ragazze là intorno. Il senso di quello specifico sguardo maschile è descritto in maniera molto efficace nel libro di Vitaliano Brancati “Il bell’Antonio”, dove si stabilisce che un piacere dell’uomo è guardare, pensare e commentare insieme a quelli che lo accompagnano; e la donna, che non deve e non vuole guardare, probabilmente si compiace di quei commenti che, salvo che non siano offensivi, in qualche modo investono la sfera della sua bellezza. Quei ragazzi al Luna Park dicevano “che figa” in continuazione, perché la donna va guardata nel suo insieme, ma viene definita nel particolare. Il che sta a significare che nella limitazione alla terminologia sessuale con cui le ragazze vengono ridotte dal maschio cacciatore non c’è una volontà di offesa, ma c’è il riconoscimento di un’identità significativa – senza per questo limitare la loro bellezza al luogo del desiderio.

Insomma quei ragazzi facevano sì dei commenti un po’ spinti, ma soprattutto cercavano di rimanere in piedi nel centro del Tagadà in funzione, così da colpire con la loro abilità tutte le spettatrici che cercavano di sedurre. Lo spettacolo però era molto deludente, perché gli sbalzi, gli attriti e i cambi di direzione facevano cadere via via tutti quanti. Per curiosità personale, e con una mezza idea di consigliare ai ragazzi del Luna Park un metodo per rimanere in piedi più a lungo, ho chiesto il parere di un mio amico astrofisico. Amedeo Balbi, che ha il dono di sapersi spiegare con chiarezza, mi ha raccontato dove fosse il problema dal punto di vista tecnico, e quali accorgimenti avrebbero dovuto adottare quei tre per portare a termine la prodezza. Purtroppo il Luna Park è scomparso nel giro di pochi giorni, e anche di quegli appassionati equilibristi non so davvero più nulla. L’unica cosa che mi è rimasta è il ricordo di un forte odore di noccioline tostate, tanta umidità e il colpo d’occhio allegro e colorato di un mucchio di giostre appoggiate in un campo, capaci di muoversi e girare grazie alle idee di Nikola Tesla.

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4 risposte a Nikola Tesla

  1. Giovy ha detto:

    Cavolo… lo sai che hai descritto esattamente dei fotogrammi della mia adolescenza? Caspita… l’equilibrista sul tagadà… quanto non li sopportavo!!

  2. se ne sono rotti di denti in questo modo!

  3. soqquadrerie ha detto:

    il tagadà, che meraviglia.

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