Una pece di tutti i colori.

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Non mi ricordo della prima volta in cui sono capitato sul blog dello Sgargabonzi, ma ho chiaro il momento in cui ne ho incontrato l’autore. Era già buio, e quando ho raggiunto Alessandro Gori nella piazza dove mi stava aspettando, ho chiesto chi fosse la ragazza al telefono che evidentemente era lì con lui. Con aria contrita accenna alla terribile malattia che la costringeva a terapie durissime, ma si raccomanda di far finta di niente – almeno per delicatezza. Arrivati nel pub dove iniziamo a bere senza la compagnia della sua amica (sai, sul tardi torna a casa perché deve avere l’ossigeno a portata di mano), mi racconta di un libro che ha in mente e che vuole scrivere di lì a poco. Poi parliamo di giochi da tavolo, di Sergio Bonelli e dei suoi fumetti, di cinema e di cosa si può fare di bello ad Arezzo, ma periodicamente torniamo alla vicenda di un certo Gunther Brodolini, che dovrebbe essere il protagonista di quel romanzo ancora da fare. Restiamo seduti giusto il tempo di due birre, poi torniamo via: arrivato a casa ripenso all’incontro molto piacevole, ma quel continuo oscillare fra drammi definitivi e cose trascurabili come la Kamchatka o Dylan Dog mi aveva fatto un po’ perdere l’equilibrio, e la mia valutazione delle cose ascoltate non riusciva ad essere né spiritosa né seria. Ho avuto quella stessa sensazione un anno più tardi, quando finalmente ho letto il libro che Gori aveva in mente, e che ha poi effettivamente intitolato “Le avventure di Gunther Brodolini”.

Immaginando ogni libro come figlio di chi l’ha scritto, io ho assistito ad una delle prime ecografie di questo lavoro denso di humor nero come la pece. Se vi disgustate quando le gallery di Repubblica avvertono che certe immagini potrebbero turbarvi, beh: lasciate perdere. Questo libro racconta con naturalezza tutto ciò che il Moige condanna, e lo fa senza risparmiare nessuno. Fossimo in un cortile scolastico, sarebbe una sfida a “palla avvelenata” e a “tutti contro tutti” dalla prima all’ultima pagina, dove l’unico modo per vincere è avere sempre chiaro il concetto di gioco. La persona incaricata della prefazione ha messo subito le mani avanti, dicendo che il romanzo va inteso come un testo comico: posso capire la sua preoccupazione, e il suo volerci essere pur tentando di rimanere un po’ distante è altrettanto comico. Voi buttatevi nella pece, sguazzate come potete e inventatevi un modo per rimanere a galla: in quella marana appiccicosa perderete l’orientamento e l’unica cosa che riconoscerete come familiare sarà l’impronta dello Sgargabonzi e quel suo consiglio di mangiare le Valda insieme alle Zigulì.

Quando tornerete a riva e cercherete di togliervi di dosso il bitume, sentirete una voce con forte accento toscano. A quel punto capirete che Gori è sempre stato lì nei paraggi, vi ha guardati mentre avete camminato radente al muro delle sue pagine e vi ha presi in giro quando vi ha detto che la sua amica al telefono, sana come un pesce, era malata a morte.

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