Yes, just a little bit.

Conosco l’inglese di vista, e me ne rammarico molto.

Certamente so arrangiarmi, capisco il senso generale di quasi tutti i discorsi e a mia volta, con qualche lentezza, arrivo ad esprimere molte delle cose che ho in mente. Ma padroneggiare una lingua è tutt’altra cosa, e sono ancora lontano dal vincere la timidezza per la pronuncia e dalla possibilità di scardinare quell’abitudine che mi porta a pensare in italiano e a tentare da lì una traduzione.

Di recente, e per più di un anno, ho preso lezioni da un’insegnante paziente e appassionata, che era pronta a notare i miei miglioramenti con la stessa attenzione dei parenti che controllano se il nonno, più di là che di qua, muova ancora la mano. A guardar bene è stato solo un avanzamento minimo: male non mi avrà fatto, è ovvio, ma un’ora a settimana non è certo una rivoluzione. Peraltro nella parte di lezione dedicata all’ascolto, quando coglievo il senso di una frase un po’ articolata, mi soffermavo sul compiacimento di essere riuscito a capire e perdevo così il resto del discorso. Ce l’ho messa tutta e non mi sono ancora arreso, ma certe cose vanno studiate lontano dalle ruggini dell’età.

Per fortuna siamo già nel futuro, e i computer aiutano molto. Quindici anni fa la fantascienza di Matrix immaginava che ogni competenza potesse svilupparsi da un momento all’altro grazie a un download, tanto che la protagonista, alle prese con un elicottero che non riusciva neppure ad accendere, si installava nel cervello il manuale di istruzioni e volava via un attimo dopo. Non è ancora così, ma quando sono andato negli uffici di Google per la presentazione dei loro (non pervenuti) occhiali ho avuto la possibilità di provare una specie di comunicatore che ascoltava l’italiano e traduceva subito in inglese (ma anche tedesco, francese, o russo), e poi faceva il contrario per farmi capire cosa stesse dicendo il mio interlocutore. Un’esperienza da apostolo col dono delle lingue, acerba ed entusiasmante insieme (credo che nel frattempo abbiano realizzato anche un’app che sa fare questa cosa altrettanto bene).

Anche la parte dell’inglese scritto trova in Google un alleato essenziale, col Translate si riesce a tradurre un testo semplice e a capire cosa hanno scritto altri in quasi ogni altra lingua. Bisogna avere l’accortezza di scrivere in un italiano basico per facilitare la vita al software, che di certo non restituirà in maniera efficace quei grovigli in cui la nostra grammatica sa cacciarsi. Adesso però siamo ad un passo ancora successivo, ed è il motivo di questo post.

“Si chiama Ludwig, ed è un motore di ricerca linguistico che aiuta chi deve scrivere in inglese, fornendo traduzioni contestualizzate. Il nome richiama Wittgenstein (i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo) e funziona come un gigantesco dizionario interattivo. Basta digitare una frase in inglese e il software offre la traduzione di Google e una serie di esempi provenienti da fonti autorevoli, come Guardian, New York Times e Bbc, pescati da un archivio che contiene già milioni di frasi”. Ho provato, funziona, è bellissimo.

Però conosco l’inglese di vista, e me ne rammarico molto.

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2 risposte a Yes, just a little bit.

  1. boccis ha detto:

    Devi fare la full immersion! E’ l’unica maniera efficace di imparare le lingue, e imparare a pensare in lingua. Te lo dice/garantisce quella che ti ascolta da Oxford nei podcast 😉

  2. AnnaLaura ha detto:

    Confermo anch’io che la full immersion è l’unico sistema veramente efficace per imparare le lingue, per imparare a pensare in inglese ecco secondo me non è così automatico, è come quando è stato introdotto l’euro… per anni io ho continuato a convertire in lire prima di capire quanto avrei speso.
    Con tanta stima
    AL

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