Roma, secondo me.

Una volta per tutte, e secondo me.

Roma è una città molto bella se non hai niente da fare. Se non hai scadenze, se non devi arrivare dall’altra parte e cercare parcheggio, se la tua vita è passare da un circolo ad un ristorante, allora è impareggiabile e ci dispiace per le altre città. Se invece per campare degnamente devi lavorare, allora diventa tutto un problema enorme e tenerla distante migliora la salute. Probabilmente quando Luigi Tenco ha scritto il suo incipit definitivo “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare” non si stava rivolgendo ad una donna, ma alla città eterna.

 

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Papà adesso arriva!

“Ci sono cose che capirai soltanto quando sarai padre!”.
Ogni tanto risuona nelle mie orecchie questa frase, pronunciata con la stessa stanchezza degli anziani che spiegano la vita agli adolescenti. Vorrei tranquillizzare i genitori dicendo che alcune cose le capisco anche adesso che non sono padre, benchè non riesca a spiegarmele.
Un’usanza del mio palazzo è lasciare i bambini urlanti ad aspettare sul pianerottolo che padre e madre finiscano le ultime cose prima di chiudere la porta e uscire. In genere il bambino, che non vuole uscire o che comunque ha da lamentarsi, strepita davanti all’ascensore dove viene lasciato solo; i genitori da dentro casa gli dicono di stare buono (adesso arriva mamma, adesso arriva papà!) urlando a loro volta, lui si accorge del rimbombo e urla nella tromba delle scale, poi torna dentro casa, i genitori cercano cose di cui si sono ricordati a porta già aperta, il bambino si toglie il cappotto, “dài (nome bambino), andiamo da nonna” e lì altri rifiuti ancora più decisi. Finalmente, dopo una decina di minuti, il bambino si riveste, il marito trova le chiavi, la moglie chiama l’ascensore e la chiusura vigorosa della serratura annuncia la fine della tarantella.
Ci vuole tanto, genitori, a fare tutte le manovre finali con la porta chiusa e col bambino che grida da dentro? O forse, compresa nell’organizzazione, c’è la sveglia per tutto il palazzo? Probabilmente non lo capirò mai.

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Pizza Lazio

Pizzium è stata una favolosa idea di marketing che aveva a che fare col mondo della pizza. Niente di geniale, in definitiva era l’ennesima catena di ristorazione di buona qualità di cui Milano è piena, ma le pizze gourmet regionali facevano la differenza. Sulla forza dell’esperienza napoletana (impasto, camerieri, pizzaioli, tutti “diggiù”) si innestava la fantasia creativa declinata di regione in regione. E così la pizza Emilia romagna accoglieva la mortadella, la lazio tutti gli ingredienti della carbonara, la calabria un trionfo di ‘nduja e così via fra luoghi comuni e prodotti di prima scelta. Ma non lasciatevi ingannare da questa mia descrizione, dall’apparente sovrabbondanza degli ingredienti: tutto era dosato con gusto e misura, l’impasto riposava a lungo e tutto risultava estremamente digeribile. Anche la lazio, per la quale avevo una predilezione, andava giù facendoti felice e a fine giornata la cena da Pizzium rappresentava una vera consolazione, un porto sicuro dove vedere gli amici e mangiare di gusto.
Purtroppo ora di questo ristorante si parla al passato. Per qualche ragione per me incomprensibile il menù è stato modificato, appiattito sulla classica offerta da pizzeria napoletana di cui Milano è piena. Pizzium non si distingue più, e sebbene alcune pizze siano quelle di sempre ma col nome aggiornato (la Abruzzo, col condimento dell’amatriciana, ora si chiama Toledo), la Lazio, trionfo di uova e pancetta, è stata esclusa dall’offerta. Una delusione troppo amara, un affronto al buon senso e di poca riconoscenza nei confronti di una pizza che ha saputo trasformare un semplice menù in un’esperienza ogni volta memorabile.
Il Pizzium che conoscevo, quello della famosa pizza Lazio, non c’è più. E’ rimasta una buona pizzeria, dove non si può prenotare, dove ogni volta è almeno mezz’ora di attesa prima di riuscire ad entrare, dove non fanno più la pizza Lazio e dove, mi dispiace, non tornerò.

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Arivaderci

Albertino è stato il primo amico famoso che ho avuto, anche se lui non lo sapeva. Era in casa mia tutti i giorni, il suo programma, la sua compagnia, la sua tecnica hanno suggerito alla mia vita la direzione da prendere. Devo molto alla sua fantasia, al suo mondo fatto di bambini nel tombino e cassettine, chissà dove sarei adesso se lui non avesse detto Piach con quell’insistenza. Ma a tutto ciò che esiste è assegnata una data di scadenza, e se finiscono amori, galassie e imperi romani, figuriamoci cosa può succedere ai programmi radiofonici.
Per Radio Deejay oggi si chiude un’era, Albertino non sarà più il conduttore della fascia del primo pomeriggio perché d’ora in poi si occuperà di m2o da direttore artistico (ma lascerà comunque un piede nel nostro palinsesto). Quello che ha inventato negli anni 90, un esempio radiofonico per il quale moltissimi colleghi si darebbero fuoco, oggi diventa il punto di partenza per gestire qualcosa di più grande, importante e complesso. Non sarà facile, ma sarà bellissimo. In bocca al lupo Alba, mai come adesso le teste continueranno a muoversi.

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Indizi rivelatori

Ognuno ha delle scorciatoie superficiali per farsi un giudizio sommario sulle cose, e certi indizi diventano importanti e rivelatori.
Mi capita ogni tanto di ascoltare qualcuno che si descrive rispondendo ad alcune domande, parlando di sé e delle proprie attitudini: quando arriva alla richiesta di evidenziare un pregio e un difetto, risponde utilizzando lo stesso aggettivo per l’una e l’altra cosa.

Esempio:
D. – “Dimmi un tuo pregio”
R- – “Sono molto meticoloso”.
D. – “Dimmi un tuo difetto”
R- – “Sono molto meticoloso”.

Ecco, ad una risposta del genere inizio a sospettare.

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De père en fils

Quando vado alla Rinascente entro e attraverso lo spazio dedicato ai profumi – è il primo dopo l’ingresso, ci si passa per forza. I corridoi di quel settore sono pieni di addetti che spruzzano i profumi per suggerirne l’acquisto, ma a me no. Guardano oltre, non mi spruzzano, evitano di perdere tempo. Non so se sia il piumino, lo zaino, le cose che uso per proteggermi dal freddo o una sfiducia più generalizzata che suscito in qualche modo. Milano a volte sa essere discriminatoria in una maniera sottile e umiliante, e in ogni caso compro solo una certa fragranza di Creed che alla Rinascente non credo conoscano.

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Una giornata nel ranch

Sabato scorso ho visto da vicino il ranch di Valentino Rossi, ed è stato l’avverarsi di un piccolo sogno. Ne avevo sentito parlare molto, ma dai racconti si capiva poco e non si andava mai oltre il concetto di parco giochi con le moto. Invece no, è un capolavoro che unisce spirito imprenditoriale, divertimento e preparazione tecnica. Racconto tutto in un video, per il quale ringrazio la vr46 riders academy e soprattutto Valentino Rossi.

 

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