Di sera solo Shakespeare

Ci sono persone che non guardano la televisione e non ne sentono la nostalgia: alcuni non ce l’hanno, altri ce l’hanno ma è rotta, altri ce l’hanno, funziona, ma la tengono spenta. L’atteggiamento con cui parlano di questa mancanza, che agli occhi dei fruitori resta una specie di inconcepibile capriccio snob, è simile a quello di chi racconta di aver paura dei cani. Una cosa che non dipende da una scelta specifica ma da una naturale inclinazione a prendere le distanze dal mezzo – e quindi dal messaggio. Mentre prima mi piaceva ascoltare le spiegazioni di cosa fanno questi orgogliosi “non utenti” nel tempo guadagnato  lontano dalla tv (Poesie? Teatro? Orazioni?) adesso mi sono appassionato di più alla categoria di utenti che guarda sì, ma attraverso la sintonia del decoder satellitare (che per ragioni di diritti oscura alcuni canali). La differenza è che stavolta la scelta è definitivamente snob, perché la risposta “ah no, vedo tutto tranne Mediaset” è inequivocabile e bellissima.

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Sai cosa ho fatto quest’estate? Sì.

La continua ricerca di contenuti social porta ad una cronaca costante dei momenti della propria vita. La vanità è appagata, così come l’esigenza di esistere presso la considerazione degli altri. Il problema è che una descrizione così puntuale del cosa si è fatto, toglie argomenti al momento in cui ci si incontrerà davvero. Il rischio è che la curiosità, già accontentata in tempo reale, sopravviva soltanto per dovere di cortesia.
E’ un po’ quello che succede alla carta stampata, presa a morsi dalla velocità del web: ormai nessun giornale saprebbe sorprendere il lettore, e così tenta la strada della consolazione con degli approfondimenti che ragionano sulla notizia.
Forse allora è questo che bisogna aspettarsi: Instagram ti ha già raccontato tutto delle vacanze altrui e il protagonista in carne e ossa ti offre alla fine il suo editoriale. Con buona pace della soglia dell’attenzione.

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Torino – Milano

Sabato mattina sono andato all’aeroporto di Cagliari per prendere il volo che mi avrebbe riportato a Milano. Il weekend era congestionato per il primo, non ancora problematico, rientro dalle vacanze e ci sono state delle lungaggini che hanno ritardato di molto la partenza. Dopo un’ora di parcheggio in una zona laterale della pista, l’aereo si è finalmente mosso e siamo rimasti in aria per una quarantina di minuti. Arriva quindi l’annuncio dalla cabina (in inglese) dove si diceva che per ragioni tecniche bisognava atterrare a Torino e poi ridecollare alla volta di Milano. Subito dopo, nella traduzione in italiano, l’assistente di volo aggiunge un dettaglio che nella prima comunicazione mancava, e cioè che le ragioni del dirottamento erano da attribuire ad una forte pioggia su Malpensa e ad una coda in volo di aerei che attendevano il loro atterraggio volteggiando fra Novara e Busto Arsizio. Arrivati all’aeroporto di Caselle, scalo tecnico di rifornimento, la hostess chiede se qualcuno avesse preferito scendere lì – trattando l’aereo come un autobus con fermata a richiesta. Incredibilmente una quindicina di persone si sono alzate per andare via, probabilmente immaginando che le lentezze da sopportare nel transito avrebbero reso il treno Torino – Milano più veloce, e quindi tutti in pista per il riconoscimento bagagli e per prendere dalla stiva il proprio. Ricaricate le valigie di chi avrebbe proseguito verso Milano, finalmente si riparte: il volo dura un attimo e il sole splende per tutto il tragitto, anche su Malpensa: capiamo quindi che dalla cabina avevano annunciato una tempesta per dare la colpa dello scalo ad un evento ineluttabile, e mettersi al riparo dal risarcimento dei biglietti per il ritardo. Probabilmente si era partiti con il carburante insufficiente per rimanere in aria ad aspettare, tutto qui; e il viaggio, fra una pausa e un’attesa, è durato come quello di chi va in America. In compenso il volo Torino – Milano è bellissimo, ho guardato giù tutto il tempo e mi è sembrato di riconoscere Ivrea. Per il rimborso ci sarà da ridere.

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Less is more

Il bello delle passioni, nel mio caso l’uso delle macchine fotografiche, è che funzionano secondo uno schema “Benjamin Button”. Quando si inizia si vuole tutto, mille accessori, ci si documenta tendendo alla conoscenza assoluta. Poi si va avanti e quegli orpelli perdono importanza fino a svanire, si arriva ad una saggezza che punta all’essenzialità sublimando mezzi e concetti. Valentino Rossi, che può scegliere considerando alternative pressochè infinite, si è comprato un’Ape Cross – ad esempio.

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Sole, mare, amici.

Non è cattivo carattere, è una questione di logica: se durante l’anno non ci si vede mai pur abitando nella stessa città, un motivo c’è. Quindi non è che lo stare in vacanza in paesi di mare vicini sia un motivo sufficiente per spostarsi, fare la strada col caldo e tutte quelle cose lì per poi vedersi. Forse l’essere in vacanza aggiunge qualcosa da dirsi, però credo che quel qualcosa sia ancora troppo poco.

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Conosco un posto a Pescara

Durante l’ultimo anno di liceo i miei amici appena 18enni avevano preso la patente e l’uso delle macchine dei genitori ci permetteva, al sabato sera, di ragionare in grande. In particolare il ristorante dove avremmo cenato non doveva essere più quello del nostro quartiere (la pizza al Galletto sotto Piazza Giochi e ogni tanto da Celestina) ma di settimana in settimana era diverso e sempre più distante. In una specie di logica matta, secondo cui più tempo ci voleva per arrivare al ristorante più quel ristorante era buono, avendo esaurito castelli romani, litorale fra Ostia e Fregene e tutta la zona del viterbese, una sera il mio amico Stefano propose di andare a mangiare il pesce a Pescara – e si partiva da Roma. La cosa che mi fa ridere oggi è che per una mezz’oretta valutammo seriamente l’idea.

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Semafori

Ho guidato a Roma e guido a Milano e fra le mille differenze che esistono fra le due città, poco notata e molto significativa è quella che riguarda i semafori.
Più che la durata del rosso (a Roma dura meno per non provocare una pazienza già stremata) è l’arancione ad essere incredibile: a Milano 3 secondi, forse 4. A Roma 10 secondi, pure 15, un tempo infinito in cui si restituisce il libero arbitrio a chi intrappolato guida.
Passo? Je la faccio? Ci si prova sempre, e nel brivido di quei 15 secondi di sospensione e sfida si racchiude buona parte della differenza.

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