Backstage like a Deejay

Nelle settimane della preparazione (e nel corso di tutta la festa) ho portato con me una telecamera. A volte la lasciavo accesa aspettando che qualcosa ci finisse dentro, altre volte riprendevo più attentamente puntando quello che secondo me era notevole. Il risultato è stata un’enorme quantità di girato, a cui ieri ho dato una forma. Del compleanno di Radio Deejay rimarranno mille ricordi e un’infinità di punti di vista: qui c’è il mio, nascosto in un backstage.

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Io non sono un fotografo

La prossima settimana la Leica Gallery di via Mengoni organizzerà una serie di incontri intitolati “Io non sono un fotografo”. Sarà un’occasione per mettere a confronto un professionista che vive di fotografia e un entusiasta che scatta nel tempo libero, con lo scopo di raccontare punti di vista differenti legati alla stessa passione.
Venerdì 7 giugno alle 18.30 a chiacchierare saremo io e Carlo Carletti, e se avete voglia passate a trovarci: lui è un fotografo di fama internazionale che attraverso la fotografia di cerimonia sa diventare autore di narrazioni affascinanti. Io fotografo col buio, quando trovo il tempo, e raramente metto a fuoco le persone. Apparentemente non ci sono punti di contatto (eppure ce ne saranno), e sarà divertente scoprirli cammin facendo. L’unica cosa che dovrò fare sarà tenere a bada la curiosità per un certo matrimonio che Carlo ha fotografato due o tre anni fa: non tanto per la giovane sposa, che pure appariva bellissima, quanto per il suo orgoglioso padre.

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A raccontare comincia tu.

Il programma di interviste condotto da Raffaella Carrà in onda in questo periodo è molto bello perché lei è curiosa davvero, e le domande si allontano dal quelle di un’intervista media, cioè quelle che un redattore svogliato ricava leggendo la pagina wiki dell’ospite. A volte l’interlocutore diventa soltanto un reagente per raccontare momenti importanti della vità della Carrà, e naturalmente il nome di Boncompagni ricorre di frequente e con nostalgia. Mi è tornato in mente un bel ricordo scritto da Giovanni Benincasa, peraltro fra gli autori di quelle interviste, lasciato su Facebook un paio d’anni fa. Lo copio qui sotto, affinchè l’aggiornamento delle bacheche non lo allontani fino a farlo scomparire.

+++18 aprile 2017+++

Sono stato alla radio in via Asiago, Gianni, dove hanno allestito la camera ardente per ricordarti. E sono tornato a casa con una strana allegria, una gioietta saltellante tra testa e cuore come una palletta che rimbalza sulle scale. La sala era gremita di amici e tu stavi a sinistra, un po’ più su, tra fiori allegri e non tristi. C’era musica felice e belle foto della tua vita che passavano qui e là. Ogni tanto qualcuno saliva, invitato da Barbara, per raccontare qualcosa di te. E giù applausi, risate, baci e strette di mano. Ecco il dio che cercavamo, ho pensato. Il dio in cui nessuno di noi ha mai creduto: in quella sala della radio, in meno di un’ora, sono stati bruciati milioni di funerali e duemila anni di altari, di rossi cardinalizi e incensi, e scampanellii agghiaccianti come riti della nostra fine mortale. Voglio dirti che in quella sala laica mi è parso affacciarsi un dio nuovo, e adesso questa emozione me la porto con me, nella mia stanza. Il pulviscolo che guardavamo sui raggi quando eravamo bambini, dai riflessi di quelle vetrate colorate nelle nostre chiese antiche, oggi si è trasformato in coriandoli: sulle nostre teste, sulle nostre giacche. Così alcuni di noi sono usciti da lì molto arlecchini e festanti. E tra il pianto e il riso, con questo minuscolo dio canarino sulle spalle, ho capito che la nostra eternità è nei piccoli rumori quotidiani, Gianni: è nelle voci degli amici, nelle foto, negli abbracci, è nel rumore delle chiavi, le tue, è sentirti andar via continuamente e continuamente tornare.

 

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Il monopattino!

Il futuro che immaginavamo nei film degli anni 80 era fatto di scoperte scientifiche rivoluzionarie e macchine volanti. Di scoperte scientifiche se ne fanno in continuazione, e alcune sono davvero sensazionali, le macchine invece restano a terra (con l’eccezione di qualche mezzo un po’ volante, un po’ stradale, e molto sbilenco). Se però in quel passato pieno di aspettative ci avessero detto che Milano nel 2019 si sarebbe riempita di monopattini da usare in condivisione, avremmo riso di gusto. E ok, farà anche ridere, ma sulle brevi distanze sono comodissimi.

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Roma, secondo me.

Una volta per tutte, e secondo me.

Roma è una città molto bella se non hai niente da fare. Se non hai scadenze, se non devi arrivare dall’altra parte e cercare parcheggio, se la tua vita è passare da un circolo ad un ristorante, allora è impareggiabile e ci dispiace per le altre città. Se invece per campare degnamente devi lavorare, allora diventa tutto un problema enorme e tenerla distante migliora la salute. Probabilmente quando Luigi Tenco ha scritto il suo incipit definitivo “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare” non si stava rivolgendo ad una donna, ma alla città eterna.

 

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Papà adesso arriva!

“Ci sono cose che capirai soltanto quando sarai padre!”.
Ogni tanto risuona nelle mie orecchie questa frase, pronunciata con la stessa stanchezza degli anziani che spiegano la vita agli adolescenti. Vorrei tranquillizzare i genitori dicendo che alcune cose le capisco anche adesso che non sono padre, benchè non riesca a spiegarmele.
Un’usanza del mio palazzo è lasciare i bambini urlanti ad aspettare sul pianerottolo che padre e madre finiscano le ultime cose prima di chiudere la porta e uscire. In genere il bambino, che non vuole uscire o che comunque ha da lamentarsi, strepita davanti all’ascensore dove viene lasciato solo; i genitori da dentro casa gli dicono di stare buono (adesso arriva mamma, adesso arriva papà!) urlando a loro volta, lui si accorge del rimbombo e urla nella tromba delle scale, poi torna dentro casa, i genitori cercano cose di cui si sono ricordati a porta già aperta, il bambino si toglie il cappotto, “dài (nome bambino), andiamo da nonna” e lì altri rifiuti ancora più decisi. Finalmente, dopo una decina di minuti, il bambino si riveste, il marito trova le chiavi, la moglie chiama l’ascensore e la chiusura vigorosa della serratura annuncia la fine della tarantella.
Ci vuole tanto, genitori, a fare tutte le manovre finali con la porta chiusa e col bambino che grida da dentro? O forse, compresa nell’organizzazione, c’è la sveglia per tutto il palazzo? Probabilmente non lo capirò mai.

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Pizza Lazio

Pizzium è stata una favolosa idea di marketing che aveva a che fare col mondo della pizza. Niente di geniale, in definitiva era l’ennesima catena di ristorazione di buona qualità di cui Milano è piena, ma le pizze gourmet regionali facevano la differenza. Sulla forza dell’esperienza napoletana (impasto, camerieri, pizzaioli, tutti “diggiù”) si innestava la fantasia creativa declinata di regione in regione. E così la pizza Emilia romagna accoglieva la mortadella, la lazio tutti gli ingredienti della carbonara, la calabria un trionfo di ‘nduja e così via fra luoghi comuni e prodotti di prima scelta. Ma non lasciatevi ingannare da questa mia descrizione, dall’apparente sovrabbondanza degli ingredienti: tutto era dosato con gusto e misura, l’impasto riposava a lungo e tutto risultava estremamente digeribile. Anche la lazio, per la quale avevo una predilezione, andava giù facendoti felice e a fine giornata la cena da Pizzium rappresentava una vera consolazione, un porto sicuro dove vedere gli amici e mangiare di gusto.
Purtroppo ora di questo ristorante si parla al passato. Per qualche ragione per me incomprensibile il menù è stato modificato, appiattito sulla classica offerta da pizzeria napoletana di cui Milano è piena. Pizzium non si distingue più, e sebbene alcune pizze siano quelle di sempre ma col nome aggiornato (la Abruzzo, col condimento dell’amatriciana, ora si chiama Toledo), la Lazio, trionfo di uova e pancetta, è stata esclusa dall’offerta. Una delusione troppo amara, un affronto al buon senso e di poca riconoscenza nei confronti di una pizza che ha saputo trasformare un semplice menù in un’esperienza ogni volta memorabile.
Il Pizzium che conoscevo, quello della famosa pizza Lazio, non c’è più. E’ rimasta una buona pizzeria, dove non si può prenotare, dove ogni volta è almeno mezz’ora di attesa prima di riuscire ad entrare, dove non fanno più la pizza Lazio e dove, mi dispiace, non tornerò.

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