Deejay 35

Avete sicuramente già visto foto e video in quantità, ma questo è il riassunto per chi vuole sapere com’è andata e ha solo 6 minuti di tempo: un fuoco d’artificio che fa sorridere di meraviglia e che racconta in breve una serata per molti indimenticabile. Grazie a Davide, Stefano, Lorenzo e Alex con i quali ho lavorato a questo video, grazie alla produzione, alle centinaia di persone che ce l’hanno messa tutta per far divertire chi era lì e chi guardava la diretta via Facebook. Senza peccare di falsa modestia credo che nessuna radio in Italia possa radunare così tanti affezionati contando solo su forze interne, e quando si cerca un altro evento simile per misurare la riuscita del nostro compleanno si arriva sempre alla conclusione che le feste di Deejay possono essere paragonate soltanto alle altre feste di Deejay. Sono di parte, è evidente che lo sia da sempre, ma non credo di essere tanto lontano da una valutazione oggettiva di quello che succede ogni anno a febbraio. Da adolescente avevo scelto i miei quattro supereroi e ascoltarli di pomeriggio significava ogni volta cogliere qualcosa di soprannaturale. A distanza di molti anni sono riuscito a guardare più da vicino, e finalmente si sono rivelati volando.

Grazie.

 

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Stavolta passo.

La questione già ampiamente discussa del dire sacchetti invece di buste e portinaia invece di portiera è un argomento caro ai romani che hanno a che fare con Milano: io ormai ho imparato, dire sacchetti e portinaia non mi costa nulla e peraltro mi sembra pure più corretto. Ma c’è anche un altro modo di dire frequente che manda nel pallone i romani e che non riuscirò mai ad interpretare al primo colpo. In questi giorni mi sta capitando di parlare con molte persone della festa prevista per la fine del mese, e in varie occasioni alla mia domanda “Ce la fai a venire?” la risposta è stata “Mi sa che stavolta passo”.
Per me “passo” ha sempre avuto un solo significato, risponderei così se avessi intenzione di passare di là, di farmi vedere: passo, aspettami e ci vediamo – abbreviato semplicemente in “passo”. Invece qui “passo” significa il contrario, viene inteso come nel gergo dei giocatori di carte, laddove “passo” indica l’escludersi per non prendere parte a quella mano. Sarà bello accorgersi di quelli che invece mi hanno detto “passo” con l’intenzione di confermare e per i quali, forte della novità appresa, non avrò lasciato il nome all’ingresso.
Sono terrone, mi dovete perdonare.

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Natalino Pacchetti

Ecco il video della canzone di Natale di quest’anno, un lavoro che ho fatto con gli insostituibili Davide Fara e Fabio D’amico, grazie Elio e le Storie Tese e tutta Radio Deejay. Ma soprattutto grazie all’ospite d’onore, uno che da solo ne #Vale46. Adesso può cominciare davvero il periodo natalizio, auguri!

 

 

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Due settimane.

Quando ti arriva un sms, l’iPhone normalmente suona e vibra. Se non leggi subito perchè hai da fare, vibra e suona di nuovo dopo qualche minuto. Quel secondo avviso è sì un modo per ricordarti del messaggio, ma può anche essere inteso come un suggerimento sul giusto tempo da far passare prima di rispondere per non apparire nè frettolosi nè ritardatari. Tutto questo valeva fino alla settimana scorsa: adesso il tempo giusto da lasciar passare prima di dare una risposta è indicato molto più efficacemente dall’esempio di Bob Dylan.

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Non si esclude il ritorno.

Generalmente chi viene mollato dopo una storia lunga vive un periodo di tristezza che rende infinite le giornate. Niente messaggi, una gelosia che travisa follemente i dettagli e la scrittura di dichiarazioni commosse e conquistatrici che raramente portano a qualcosa. Sono questi i casi in cui le canzoni vengono considerate alleate potenti, e alcune sembrano proprio nate appositamente. La nuova di Tiziano Ferro, questa “Potremmo ritornare” pubblicata oggi, è una bella canzone che si schiera proprio al fianco di chi non si rassegna alla distanza dalla persona che in effetti ama ancora, e resta posseduto dal pensiero di un futuro felice, pur quando l’ex organizza pranzetti e cenette con la nuova persona a cui scrive tantissimi messaggini.
Voglio ricordare a chi spera in un miracolo chiedendo il supporto di Tizianone, che anche questa volta non funzionerà.

 

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La scienza, spiegata semplice.

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E’ nato, è nato! E la prima parola che ha detto è stata Newton.

Da qualche settimana è in onda su Radio Deejay un programma nuovo, fatto da me e da Francesco Lancia: si chiama MC², si ascolta il martedì sera alle 21.30 o in podcast ogni volta che se ne ha voglia. Racconteremo degli uomini che hanno fatto la storia della scienza, delle loro scoperte e di ciò che nel bene e nel male li ha resi immortali. Ci saranno anche classifiche, curiosità, insomma, tutto ciò che fa scienza o, se preferite, tutto ciò che è composto di Carbonio. Un viaggio al cuore della conoscenza con il quale cercheremo di rispondere alla più universale delle domande: “eh?”.

Di seguito riporto uno stralcio della lusinghiera recensione di Stefano Pace, peraltro professore all’università Bocconi. E’ vero, non si retwittano i complimenti, ma per una volta provate a non storcere il naso. E poi voi il programma ancora non lo conoscete, e lui vi spiega benissimo perché dovreste invece ricordarvi di quella mezz’oretta.

“Il programma non entra in competizione con le trasmissioni scientifiche canoniche, perché propone un taglio diverso e complementare. Affrontare la scienza in un contesto normalmente non dedicato a essa non significa essere trascurati. Al contrario, in MC² si nota una certa attenzione al linguaggio, per evitare le semplificazioni che distinguono il discorso comune da quello scientifico: “girare” diventa un più corretto “orbitare” se applicato ai corpi celesti; la “forza” gravitazionale diventa una più precisa “attrazione” gravitazionale. Se l’ascoltatore (anche se con basi scientifiche nella media o, come me, medio-basse) terminasse l’ascolto della trasmissione anche solo avendo appreso l’uso appropriato di un solo termine scientifico, sarebbe un beneficio non irrilevante. La cura della parola è anche in altri passaggi: “Adesso provate a sostituire, in questo esperimento teorico, la parola palla con la parola satellite”. L’accuratezza diventa addirittura citazione bibliografica verso la fine della trasmissione, dove si richiama la principale opera di Newton: “I Principia (per l’esattezza da pagina 5 a pagina 8 del primo volume)”. Questa attenzione alla parola è una prerogativa della radio e potrebbe essere una delle cifre stilistiche del programma. Alcuni degli equivoci che a volte toccano la scienza nascono proprio da un uso non appropriato delle parole. Seguire una narrazione in cui le parole della scienza sono sì rese semplici, ma non banalizzate, è una piccola forma di educazione al linguaggio della scienza”.

Qui è possibile ascoltare tutte le puntate andate in onda.

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Il dottor Pira, o la forza dell’entusiasmo

Nel libro che verrà presentato venerdì sera a Milano ho scritto questa cosa. Fa ridere che sia a poche pagine di distanza dall’altro che ha commentato, cioè il prof. Achille Bonito Oliva.

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I Fumetti della Gleba, lo dice già il nome, sono strisce ben disegnate che appartengono al mondo dell’intrattenimento artistico. Il tratto è veloce, la gestione degli spazi è votata alla profondità geometrica, e l’introduzione dell’anacoluto nel racconto permette al Dr. Pira di imporre un nuovo codice stilistico nell’universo delle graphic novel. La gleba è l’elemento distintivo di tutta la produzione: “gleba” come la zolla di terra, come la concretezza.
“Gleba” anche come categoria sociale, derivazione che suggerisce la voglia di far breccia nel cuore del popolo senza dimenticare le radici profonde cui è legato. Ma prima di tutto, l’umiltà. Il Gabonzo, Patella, l’orso Berry o Capitan Giustizia sono solo alcuni dei personaggi attraverso cui si affronta il malcostume, e il loro interagire non ricorre mai a espedienti lessicali complessi. La matita non sceglie di diventare onnipotente, i protagonisti dei Fumetti della Gleba trasformano in pochi tratti la loro normalità in allegoria, e la loro spontaneità nello specchio in cui riconoscersi. Ecco perché i lavori del Dr. Pira hanno successo: permettono di guardare ciò che di solito viene soltanto visto, e il grado di consapevolezza che sopraggiunge nel lettore è paragonabile a quello degli iniziati agli Arcani Maggiori. Anche se per gran parte del mondo scientifico l’“effetto Gleba” è solo un mito, numerosi studi confermano che l’appassionarsi alle vicende di Marguati o Berutti fa aumentare il livello di dopamina nel cervello, fattore che molto probabilmente migliora le prestazioni cognitive. Il Dr. Pira, che pure accoglie con curiosità queste teorie, è invece  persuaso che l’elemento decisivo della sua produzione sia la forza dell’entusiasmo: nel mondo utopico abitato dai suoi personaggi, l’impeto muove lo spirito e gioca d’anticipo  sulla ragione. Mister Seppia, considerato universalmente un esempio di libertà, offre tramezzini e pallottole con lo stesso sorriso, e il suo atteggiamento spesso indecifrabile  regala alla posterità un grande insegnamento sulle contraddizioni che connotano la natura umana. A chi accusa i Fumetti della Gleba di esaltare la violenza gratuita, l’autore risponde mormorando che i suoi lavori si limitano ad acuire lo stato d’animo di chi ne è al cospetto: così la tristezza si trasforma in pessimismo, la gioia in letizia e chi non si trova ad avere uno stato d’animo definito resta interdetto e un po’ spaventato da quell’esaltazione soltanto presunta. In una coriandolata di sentimenti, ogni pagina scava nell’uomo Pira fino a rimettere in discussione la ben nota capacità di narrazione e l’altrettanto famosa tecnica; sempre in quel tormento, l’artista Pira volteggia nei pressi della malinconia prima rifugiarsi in un sorriso grottesco, e il risultato mischia empatia e stupore in un mistero unico. È un segreto leggero, non serve capire di più: è sufficiente sapere che è così che nascono le sue storie.I lettori, a tagliar corto, possono semplicemente chiamarle emozioni.

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